Tutti gli indirizzi dei nuovi murales di Banksy a Parigi

Per i migranti, e contro il potere, le nuove opere di Parigi sono un pugno allo stomaco. Così disturbanti che una è stata subito vandalizzata

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Banksy è tornato.

Lo scorso 20 giugno era la giornata mondiale dei rifugiati: per l’occasione, sette nuovi murales di Banksy sono comparsi a Parigi, città in cui il writer britannico più famoso al mondo è approdato per la prima volta.

Sette opere di street art che non la mandano a dire sull’attuale situazione politica europea, ma soprattutto sui temi del razzismo e dell’immigrazione.

Di Banksy non si conosce l’identità, si sa soltanto che ha 43 anni e che viene da Bristol. Scompare e riappare, come un vero supereroe, ma non v’è dubbio che la mano dietro ai graffiti apparsi a Parigi sia la sua: lo stile è inconfondibile e tra i soggetti rappresentati ci sono alcuni suoi leit motiv: bambini e topi (i famosi rats di Banksy).

L’opera che ha fatto parlare di più, diffusasi a macchia d’olio su social, è comparsa su un muro al 56 di boulevard Ney, nei pressi dell’ex centro d’accoglienza per rifugiati “La Boule”, vicino la metro Porte de la Chapelle.

Gli appassionati delle opere d'arte di Banksy vi coglieranno la rivisitazione di un pezzo precedente, dal titolo Go Flock Yourself. Si tratta una ragazzina nera, in piedi su una cassetta di legno. Indossa una salopette e un fiocco sulla testa: ci guarda tra la paura e l’accusa, colta nell’atto coraggioso di coprire una svastica nera con un pattern rosa in stile wallpaper. Vicino a lei, un orsetto che ne testimonia l’innocenza.

Un’immagine vera, forte e disturbante. Così tanto da aver spinto qualcuno, pochi giorni dopo, a vandalizzarla con una bomboletta blu. Successivamente, l’artista tedesca Konny Steding ha coperto il murale danneggiato con un poster di una propria opera.

Alla fine alcuni restauratori hanno tolto anche quello, e hanno riportato alla luce la bambina di Banksy proteggendola con della plastica trasparente. Adesso continua a guardarci e testimonia, oltre all’antirazzismo, la forza stessa dell’arte urbana di Banksy.

Ma non finisce qui. Gli altri murales di Banksy a Parigi si muovono sullo stesso solco, mettendo a nudo ipocrisie e manipolazioni del potere. Questo è ritratto nei panni di un uomo che porge un osso a un cane: peccato si tratti di una zampa dello stesso animale, che l’uomo ha appena tagliato con la sega che nasconde dietro la schiena. Si trova al numero 2 di rue Victor Cousin.

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Spazio anche a Napoleone: il famosissimo ritratto del dittatore francese a cavallo firmato da Jacques-Louis David (Napoleone attraversa il passo del Gran San Bernardo) incontra qui - ma solo a livello formale - la cecità degli Amanti di Magritte, che hanno il volto coperto da un drappo.

Nell’originale neoclassico, il mantello di Bonaparte aggiunge dinamismo ed eroismo al soggetto. Qui invece copre il volto e la figura, trasformando Bonaparte in un condottiero cieco. Impossibile non leggervi un’accusa diretta a Macron, da settimane nell’occhio del ciclone a causa di scioperi e critiche dell’opinione pubblica francese. Lo trovate al 41 avenue de Flandre.

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E infine i topi. Da sempre lo street artist britannico usa i roditori in funzione allegorica. Sono ben quattro quelli comparsi nei nuovi murales di Banksy a Parigi. Uno si trova al 36 di rue Rambuteau: tiene in mano quella che sembra una miccia (un topo bombarolo anarchico?) e ha il volto coperto da un foulard per mantenere l’anonimato.

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Un altro topo di Banksy ha sulla testa il fiocco rosso a pois bianchi della Minnie di Disney. Secondo gli esperti del sito d’arte francese Artistkrezo, è una celebrazione del maggio francese del ’68. Si trova al 25 di rue Maître Albert Paris.

Il più bello è il terzo (ed è simile al quarto): in Rue du Mont Cenis è comparso un topo che vola a bordo di un tappo di sughero, appena scagliato da una bottiglia di champagne dipinta poco distante dentro apposito secchiello per il ghiaccio.

Non è la prima volta che Banksy si schiera a favore dei migranti: nel 2015 erano comparse quattro sue opere a sostegno degli ospiti della “giungla di Calais”. C’era anche un ritratto di Steve Jobs, rappresentato come il figlio di alcuni migranti siriani.

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