Corviale, periferia a sud-ovest di Roma. Nella capitale, l’immenso complesso residenziale progettato negli anni '70 da Mauro Fiorentino è noto come il serpentone. Un monolite ad alta densità abitativa, a metà tra Le Corbusier e un certo utopismo anni ’60, il cui corpo principale misura niente meno che 960 metri.

Doveva essere una “diga”, un argine allo sprawl urbano per proteggere l’agro romano e rispondere alla demografia di una società in pieno boom. Invece, come spesso accade in questi casi, è divenuto simbolo di degrado delle periferie e di ghettizzazione sociale.

Non tutto, però, è perduto. Oggi Corviale è oggetto di un grande piano di riqualificazione, firmato dallo studio Laura Peretti Architects e frutto di un team di progettazione multidisciplinare che ha visto la collaborazione di architetti, ingegneri, un artista, una paesaggista e una sociologa. Adesso è esposto con un plastico alla Biennale di Architettura 2018 (fino al 25 novembre) dal nome "The Crossing".

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Plastico del progetto Rigenerare Corviale. Biennale Architettura 2018, The Crossing
Photographer: Francesco Galli

Tema della kermesse? Freespace, lo spazio libero.

Abbiamo intervistato Laura Peretti, architetto che nel 2015 ha vinto il concorso per Rigenerare Corviale. Ci ha spiegato come, a suo parere, Corviale somigli un po' a una fortezza, ma anche agli antichi acquedotti romani. In questa intervista ci racconta un po' di lei, e del suo progetto per “liberare il gigante”.

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Laura Peretti Architects

Prima di parlare di Corviale parliamo un po’ del tuo lavoro. Leggendo della tua formazione mi imbatto in nomi di maestri come Souto de Moura, Siza, Gae Aulenti, Aldo Rossi, Kenneth Frampton. Ci racconti un po’ questo percorso ricco di incontri?

La mia storia di formazione è molto lunga, ho sempre studiato e lavorato insieme, per cercare di imparare sul campo. I grandi studi milanesi sono stati una palestra importante, lì ho maturato un’attitudine critica verso l’insegnamento italiano che in quegli anni era molto teorico. Sono stata una delle prime studentesse Erasmus. Decisi di andare in Portogallo per studiare con Souto de Moura, che non aveva ancora la fama di oggi, ma era un bravissimo architetto. E poi c’era Siza, che aveva reso già famosa la scuola di Porto.

C’è stato, secondo te, un problema di eccesso teorico o ideologico nella formazione architettonica italiana di quegli anni?

L’ho provato sulla mia pelle. Proprio perché lavoravo e studiavo insieme, notavo un gap enorme tra università e la professione. Non che la professione non avesse aspetti teorici, ma insegnava molto di più a risolvere i problemi. All’esame di tecnologia chiesi di imparare a disegnare una finestra e mi risposero facendomi leggere Vitruvio. E in alcuni studi italiani le cose non andavano molto meglio. La formazione più straordinaria è stata quella portoghese, che mi ha insegnato l’umiltà verso la professione e verso i luoghi e il territorio.

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Plastico di "Rigenerare Corviale", progetto di Laura Peretti Architects
Francesco Galli

Un’attenzione maggiore al paesaggio?

Sì, ma non solo al bel paesaggio, anche al brutto paesaggio urbano. Ogni luogo ha una sua qualità e noi architetti siamo chiamati a restituirgliela. Questo l’ho imparato dai miei grandi maestri.

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Francesco Galli

Tra cui c’è stato anche Gregotti, autore dello Zen di Palermo.

Non ho lavorato allo Zen, sono entrata nello studio negli anni immediatamente successivi. Nello studio Gregotti ho appreso la capacità di affrontare la grande scala ponendomi dei “temi”, domandandomi qual è il sistema insediativo che uno sta proponendo. Negli anni ’80 quello studio era straordinario perché si lavorava a tutte le scale. Molte riviste, come Casabella, avevano la redazione lì dentro. Avevo solo 21 anni, ma è stata un’esperienza bellissima.

Hai vinto il concorso Rigenerare Corviale alla fine del 2015. Ci racconti cosa è successo dopo, le fasi che sono seguite, se i cantieri sono già aperti, insomma… a che punto siamo?

Magari i cantieri fossero già aperti! A seguito dell’aggiudicazione, per l'approvazione del progetto definitivo ci sono voluti 2 anni, ci siamo riusciti alla fine del 2017. Nel frattempo ho ricevuto l’invito a partecipare alla Biennale di architettura di Venezia. E' un piano molto difficile: da una parte riceve grande attenzione, dall’altro subisce, nonostante l’impegno della Regione e di Ater, una grande inerzia. Dietro Corviale ci sono 40 anni di storia da riconsiderare, e migliaia di abitanti ormai abbastanza sfiduciati. E 7 mila abitanti sono la popolazione di un paese.

Divisi in 1200 appartamenti…

Sì, tra Corviale, Corvialino e il terzo edificio. A questi se ne aggiungeranno altri 100 grazie al progetto per il quarto piano di Guendalina Salimei, che regolarizzerà la situazione di abusivismo abitativo esistente, e che ha già una decina d’anni. Quei lavori dovrebbero partire a breve. Il nostro progetto riguarda invece la riqualificazione degli spazi pubblici di Corviale.

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L’attuale via Poggio verde è rettilinea e non permette una differenziazione degli spazi avvicinandosi all’edificio.
Laura Peretti Architects

Il degrado dipende solo dall’architettura, o ci sono colpe anche dell’amministrazione e della politica?

È sempre dovuto a fattori molteplici. La bella architettura di Fiorentino ha rigidità e barriere molto forti che non hanno aiutato gli abitanti ad instaurare con l’edificio un rapporto di appropriazione e identificazione. Certo non era stata prevista la ghettizzazione sociale, ma non bisogna dimenticare che con Corviale si è data una casa a chi viveva nelle baracche. Ho conosciuto persone che prima di Corviale dormivano con altre sette persone in una stanza. Progetti come questo e lo Zen risolvevano grandi problemi. Certo, con il tempo queste strutture hanno mostrato le loro pecche, ma erano di un’entità straordinaria. Quello che manca oggi è l’aggiornamento di questi progetti sociali. E un tale deficit di progettualità, nel paese con più leggi urbanistiche in Europa - e forse nel mondo - significa che qualcosa non funziona!

Quindi non c’è da condannare l’architettura e l’urbanistica di un periodo.

No, nella maniera più assoluta. Sono stati commessi degli errori, si può sempre fare meglio, ma in quegli anni almeno c’era una politica dell’abitazione sociale, cosa che poi è mancata in Italia per 40 anni. Ora ci stiamo svegliando dal torpore e si riparla di periferie, ma troppo a lungo architettura e politica hanno lasciato il campo a costruttori e palazzinari.

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La nuova via Poggio verde sarà curvilinea. Nell’immagine anche i nuovi accessi alle case, che da 5 diventeranno a 27.
Laura Peretti Architects

Veniamo al progetto di rigenerazione di Corviale. Quali sono i punti salienti?

È un piano che riguarda solo gli spazi pubblici. L’intenzione è di restituire un’identità al luogo. Finora Corviale è stato riconoscibile come icona, ma mancano del tutto gli spazi dove la comunità possa formarsi e riconoscersi. Una lacuna ben più grave della generica “assenza di servizi” che viene spesso citata a riguardo.

Cosa avete pensato a questo proposito?

Di restituire a Corviale la misura dell’uomo. Finora o lo si vede tutto intero da lontano, o lo si subisce come un gigante da vicino. Muovendosi verso l’edificio non si ha la percezione dell’avvicinamento, il riconoscimento, la cosiddetta “scala intermedia”. Per questo abbiamo innanzitutto modificato la strada di accesso, via Poggio verde, trasformandola da rettilinea in curvilinea, per differenziare gli accessi, che da 5 saranno portati a 27. Finalmente ogni abitante potrà arrivare a casa in maniera diversa, troverà all’ingresso un giardino diverso, e potrà appropriarsi del parterre davanti casa costituendo magari un nucleo coi vicini, una comunità.

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La nuova piazza di Corviale, nel progetto di Laura Peretti Architects

Solo 5 accessi in una struttura lunga un chilometro?

Esattamente. 5 accessi monumentali che non hanno mai funzionato bene. Più che piazze, sono degli slarghi, da cui si diramano percorsi molto innaturali, sia per raggiungere casa propria che per attraversare l’edificio. Uno schema coerente con l’architettura dell’epoca.

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Nuova piazza di Corviale, verso sud
Laura Peretti Architects

Ma un’altra parola d’ordine è “permeabilità”.

Alla Biennale abbiamo chiamato l’installazione “l’attraversamento”. Il cuore del progetto è l’attraversamento della barriera, per rimettere insieme il paesaggio e la città. Pensi che Corviale era chiamato “la diga”, perché doveva salvare l’agro romano dall’edificazione infinita, e in questo ha funzionato. Ma la diga è stata realizzata troppo alla lettera, Corviale non è mai stato facilmente attraversabile dai suoi abitanti: il vallo che lo percorre per un chilometro lo fa somigliare più a una fortezza. La sua concezione così idealistica ricorda anche quella degli acquedotti romani: portare l'acqua in alto è un'operazione abbastanza astratta, se ci riflettiamo.

Astratta e ideologica?

Assolutamente ideologica. Il suo più grande pregio, ma anche difetto.

Realizzerete anche una nuova piazza.

A Corviale c’è un posto chiamato “la frattura”, un punto con un dislivello di 9 metri che si attraversa con un ponte. Paradossalmente costituisce l’asse centrale per raggiungere luoghi importanti del quartiere come la scuola o il comune: il punto di massima connessione è quello di massima disconnessione. Per questo abbiamo deciso di sostituirlo con una grande piazza che recupera questo dislivello attraverso le gradinate, fino a scendere alla quota dell’agro romano, vero territorio su cui poggia l’edificio. Qui sorgeranno anche le sculture di Mimmo Paladino e ci sarà il punto di permeabilità massima della struttura.

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Verrà recuperato il rapporto con l’agro romano. Qui sorgeranno le sculture di Mimmo Paladino.
Laura Peretti Architects

Ci sarà anche un centro culturale?

Un centro culturale c’è già, ed è la straordinaria biblioteca Renato Nicolini (storico assessore alla cultura di Roma, ndr). Noi faremo una nuova struttura, l’edificio per lo sviluppo della biodiversità. Sarà uno spazio civile che si affaccerà sulla piazza. Vi si potranno svolgere attività culturali ma soprattutto legate al lavoro. Puntiamo a portare lì dei momenti di formazione - anche universitaria - per gli abitanti di Corviale. Alcuni di loro già si dedicano spontaneamente ad attività agricole a chilometro zero: ci siamo detti “perchè non offrirgli un luogo per una formazione aggiornata e qualificata?” Vorremmo attirare know-how e finanziamenti anche da parte dell’Unione Europea.

E poi, se tutto andrà bene, ci saranno anche il “Pasquino Elettronico” e un progetto di “luce sociale”.

Sì, in un atrio sorgerà una bacheca digitale dove ognuno può proiettare le proprie immagini ed osservazioni, una versione moderna della statua del Pasquino a via del Governo vecchio nel centro di Roma. Il progetto di luce sociale è invece concepito con Carlotta de Bevilacqua di Artemide, che ci ha offerto il massimo della vision possibile con le nuove tecnologie. La nuova illuminazione giocherà un ruolo fondamentale per cogliere la dimensione complessiva dell’edifico, alla scala intermedia la luce costruisce la sequenza di avvicinamento, all’interno aiuterà invece la percezione e l’orientamento.

Il caso Corviale, è un esempio di democrazia urbana?

Il processo di ascolto della cittadinanza ha preceduto il progetto. Le istanza di inquilini e associazioni - come Corviale Domani, Calcio Sociale - sono state recepite dal bando della Regione Lazio, che da sola ha finanziato finora il primo stralcio e un terzo del progetto complessivo. Ma speriamo che nelle fasi future le istituzioni ci aiutino tutte.

Intende anche il comune di Roma?

Spero sinceramente in un suo coinvolgimento, in nome dei cittadini e al di là delle divisioni politiche. Serve uno sforzo dei governi a non separare ciò che nella realtà è unito.

Superare le barriere, anche in questo caso. La Biennale vi ha aiutato in questo?

Ci ha fatto varcare i confini. Abbiamo fatto il pieno di critiche positive soprattutto a livello internazionale. D’altra parte parliamo della più grande periferia d’Italia.

Infatti è venuto anche Papa Francesco.

È stato invitato dalla diocesi, ma per l’evento hanno collaborato tutti. Io mi sono soltanto limitata a fare da postino per consegnargli una lettera scrittagli dai bambini di Corviale. È stato un momento di grande coesione. Ma dopo, purtroppo, al Serpentone ci si è rimessi “tutti in riga” per un chilometro.

Un pronostico per la fine lavori?

Sono ottimista, dico 5-6 anni.

Per salutarci, a quali progetti stai lavorando adesso?

Lavoro molto all’estero. Il progetto più importante al momento oltre Corviale è il museo per le energie a Baku, in Azerbaijan.